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G L A D I A T O R E S

Normalmente i gladiatori erano
schiavi, criminali condannati a morte o prigionieri di guerra, tutta gente che nel mondo romano non godeva di alcun diritto e la cui vita era considerata spendibile. I prigionieri di guerra considerati idonei erano riservati ai ludi, e se si pensa che a quei tempi la maggior parte dei prigionieri finiva in catene o era uccisa, questo destino forse non era poi il peggiore. L'offerta di gladiatori era sempre inferiore alla domanda, così subentrò l'abitudine di inviare gli schiavi fuggitivi alle scuole gladiatorie. Poiché lo schiavo era proprietà assoluta del suo padrone, vi erano molti casi in cui egli poteva essere condannato ad ludum. In tal caso, egli veniva allenato nel ludus come tutti gli altri gladiatori, con i quali combatteva ad armi pari, ed in ogni caso dopo tre anni – se sopravvissuto - non sarebbe più dovuto scendere nell'arena. Questa situazione era però differente da quella di chi era condannato a morire nell'arena senza alcuna speranza di sopravvivenza, come quelli condannati ad bestias o quelli ad gladium ludi damnati, che, spada in mano, dovevano uccidere un altro prigioniero completamente indifeso, dopodiché venivano disarmati per incontrare un altro condannato, e così via sino a che rimaneva vivo solo un ultimo criminale.

In alcuni casi, imperatori particolarmente crudeli mandavano a morte degli uomini solo per un loro capriccio: sappiamo che Claudio ordinò ad un funzionario di scendere nell'arena così come era (in toga), e che Caligola inviò ad bestias tutti gli ospiti di una prigione solo perché mancava la carne per gli animali.

Vi era anche una minoranza di uomini liberi che – a partire dal primo secolo d.C. - intraprendeva la carriera dell'arena come professione. Per il cittadino romano, peraltro, la sottomissione spontanea di un uomo libero al lanista, il padrone del ludus, era considerata una azione tra le più riprovevoli. Il cittadino che rinunciava al suo stato di libertà e diveniva - per il periodo della ferma - uno schiavo, era pertanto annoverato nella categoria giuridica degli infames, ovvero dei paria. Ai tempi della repubblica una tale abiezione era inconcepibile, ma più tardi questo atteggiamento mutò, quando persino alcuni imperatori si presentarono nell'arena per soddisfare la loro vanità. Caligola partecipò ai giochi come essedarius (conducente di carri) e come gladiatore, ed anche Commodo si cimentò nell'arena parecchie volte. Nonostante la riprovazione sociale, gli uomini liberi intraprendevano la carriera del gladiatore per il gusto del pericolo o per amore delle armi, o perché erano rovinati finanziariamente ed avevano necessità della somma che veniva loro data al momento dell'arruolamento, sperando di raddrizzare le proprie sorti tramite una carriera fortunata. La legge prevedeva che i liberi cittadini potessero arruolarsi solo dopo una formale dichiarazione resa davanti al tribunus plebis, ma questa regola, che garantiva contro le decisioni impulsive, divenne più tardi una semplice formalità.

I gladiatori iniziavano la carriera sottomettendosi (o essendo venduti) al lanista. L'attività del lanista era ufficialmente considerata nel mondo romano una delle più vili (persino al di sotto dei lenoni, degli attori e dei macellai); ed egli aveva diritto di vita e di morte sui gladiatori, i quali dovevano prestare un giuramento con il quale si impegnavano alla completa sottomissione per essere accettati nella scuola. Il gladiatore giurava di "sopportare la frusta, il marchio e la morte per spada"; queste terribili punizioni erano previste per soffocare ogni accenno di ribellione e per condizionare le menti dei combattenti affinché si convincessero che l'unica loro speranza di salvezza era sopportare ogni prova. La preparazione durava anni, poiché il pubblico era divenuto assai esigente, e solo dopo aver terminato questo periodo il gladiatore era pronto ad entrare nell'arena.

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I M M A G I N I

 

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Da un mosaico

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Un altro bel mosaico

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In lotta